Thursday, May 18, 2006

Promesse deluse

Ho letto con una certa delusione la lista dei Ministri e dei sottosegretari del nascente Governo Prodi. La delusione nasce dal fatto che, pur non professando un'idea politica di centrosinistra, mi attendevo che qualche proposito che Prodi aveva assunto in merito alla squadra di governo, fosse rispettato. E invece no.
Sulla presenza femminile nel governo si stanno scatenando un pò tutti, Prodi stesso. Il problema sussisterà finchè molte più donne non decideranno di impegnersi in politica in modo diretto, convinto. Purtroppo mancano i presupposti culturali e sociali perchè questo accada.
Un governo leggero, aveva promesso Prodi. Venticinque Ministri (creando 3 nuovi Ministeri con portafoglio contro la previsione della legge), nove Viceministri, sessantatre Sottosegratari. Alla faccia della leggerezza.
Giovani: magari invece di creare un Ministero (senza portafoglio) per i giovani, poteva essere meglio inserire qualche under 40 nella squadra di Governo?
I difetti di questo Governo sono simili ai difetti dei Governi, anche di segno opposto, che lo hanno preceduto. Ma la sbandierata "serietà al governo" cozza contro la realtà delle prime promesse non mantenute sulla composizione della squadra. Un governo che doveva essere "forte" in realtà sarà schiavo delle logiche di partito.
Non vorrei scendere nei particolari, ma alcune incongruenze sono talmente comiche da dover essere segnalate:
-Ministro dell'Interno: Amato (persona capace, ma esperta del campo economico);
-Ministro della Difesa: Parisi (tirapiedi di Prodi e poi cos'altro?);
-Ministro della Giustizia: Mastella (professione giornalista e sindaco);
-Ministro Dei Beni Culturali: Rutelli (ex sindaco di Roma e quindi competente, ma magari un laureato?);
-Ministro delle Infrastrutture: Di Pietro (professione magistrato);
-Ministro dell'Istruzione: Fioroni (professione medico);
-Ministro delle Attività Produttive: Bersani (professione funzionario di partito; certamente come ex presidente della Regione Emilia-Romagna ha competenza anche nell'economia, però...);
-Ministro delle Politiche Sociali: Ferrero (ex operaio Fiat cassaintegrato);
-Ministro della Famiglia: Bindi (stato civile: nubile).
Con questa lista non voglio dire che le persone scelte non possano fare un buon lavoro, dico che forse alcune scelte potevano essere più oculate. Aspettiamo l'esecutivo alla prova dei fatti. Ma la delusione di cui sopra, soprattutto per il predominio partitico, resta.

Wednesday, May 17, 2006

La serietà al governo...forse.


Romano Prodi in queste ore presenterà la lista dei Ministri al Presidente della Repubblica. Tutto secondo copione, verrebbe da dire. Sì, esatto, direi io. Secondo copione in questi giorni abbiamo assistito al mercato delle vacche per decidere chi mettere dove, e le contrattazioni non sono ancora finite, in quanto si stanno piazzando in questo momento gli ultimi sottosegretari, incarico a cui molti ambiscono, ma del quale buona parte degli italiani non comprende nè il senso, nè l'utilità. Forse perchè in realtà i sottosegretari sono sempre serviti ad equilibrare i rapporti numerici di coalizione, e basta.
Tre fatti politici risultano comici alla luce dei fatti accaduti negli ultimi mesi. Il primo: Prodi che in campagna elettorale ripete ossessivamente che la situazione è seria, che il Paese ha bisogno di un impegno serio, che non c'è tempo da perdere perchè non si possono rinviare ulteriormente scelte serie, che con il centrosinistra la serietà va al governo. Adesso ad un mese dalle elezioni non mi pare che forse le cose fossero così serie. Tutto sommato l'economia dà dei, seppur timidi, segnali di ripresa, la situazione sociale è più o meno la stessa di sei mesi fa, la gente dopo le elezioni ha continuato a fare ciò che faceva prima. Incredibile! Questo Paese non è allo sfascio, e dato anche il temporeggiare di mezza giornata di Prodi sulla lista dei ministri, probabilmente la situazione non è proprio così "seria". Ergo, forse aveva ragione Berlusconi a dire che la sinistra faceva del catastrofismo. Ergo Prodi in campagna elettorale le raccontava un pò grosse.
Secondo fatto comico: Prodi le raccontava un pò grosse non solo in campagna elettorale, ma anche dopo le elezioni. Per rendersene conto basterebbe contare quante volte il Presidente del Consiglio in pectore ha detto di avere la lista dei Ministri pronta in tasca. Probabilmente pensava di averla in tasca; in realtà l'aveva smarrita. Tanto da doversi prendere una notte e una mattinata in più per riscriverla. O in realtà la sta covando? Mistero. L'apoteosi è comunque rappresentata da una sua dichiarazione di ieri pomeriggio che suonava più o meno così: "Quando il Presidente della Repubblica mi chiamerà, la lista dei Ministri sarà pronta". Scusate, ma questa lista deve maturare come la frutta per essere pronta, o Prodi gioca con Napolitano a chi riesce ad imbrogliare l'altro prendendolo alla sprovvista? Cioè se Napolitano lo chiama, Prodi riempie i buchi vuoti coi primi nomi che gli passano per la mente. Mentre Napolitano chiamerà Prodi a tradimento, quando il premier sarà invischiato in una spartizione con qualche "cespuglio" circostante l'Ulivo. In realtà niente di tutto questo è successo: semplicemente Prodi è stato chiamato da Napolitano, ma la lista non era ancora pronta. Lo scolaro zuccone non ha fatto i compiti.
Terzo aspetto comico: 5 anni fa, quando Berlusconi presento la lista dei Ministri, il centrosinistra gridò allo scandalo per la moltiplicazione delle poltrone, poichè il premier aveva scorporato due Ministeri (Salute dal Ministero del Welfare, Comunicazioni Dal Ministero delle Infrastrutture) ed aveva creato alcuni Ministeri senza portafoglio mai previsti prima (tipo quello per gli italiani all'estero e quello per l'attuazione del programma di governo). Il tutto nasceva da una riforma dei precedenti governi di centrosinistra che riduceva, probabilmente in modo esagerato, da 20 a 12, il numero dei Ministeri con portafoglio. Ora Prodi si appresta a varare un Governo che, secondo le indiscrezioni dovrebbe vedere 19 Ministri con portafoglio: scorporate ricerca e università dalla pubblica istruzione, welfare diviso in lavoro, famiglia e politiche sociali, divise infrastrutture e trasporti. Se c'erano Ministeri da non scorporare erano questi. Da notare come il tutto avvenga senza rinunciare ad una decina di viceministri, carica introdotta proprio con quella riforma citata prima. Se Berlusconi fu criticato, adesso a Prodi cosa dovremmo fargli? Le pernacchie? Il comico sta nel fatto che questa moltiplicazione di poltrone non sarà fatta passare per quello che è, cioè un gioco di potere tra partiti, ma come "un'esigenza di migliorare l'azione di governo". Come tutti i giornali di sinistra scriveranno.
Se la comicità non vi è bastata vi lascio con l'ultima chicca del premier, presa da Repubblica.it di stamattina:
"La lista dei ministri è chiusa, l'Unione sta lavorando ora all'individuazione dei sottosegretari. Ma tutto è avvenuto senza tensioni particolari"'. Lo ha riferito il presidente del Consiglio in pectore, Romano Prodi, giungendo nel suo ufficio in piazza Santi Apostoli. Prodi ha aggiunto che i partiti "sono tutti soddisfatti, forse qualcuno non è felice, ma la felicità non è di questo mondo".
A parte la dichiarazione in stile Gesù ("il mio regno non è di questo mondo"), che sembra un guanto di sfida a Berlusconi per decidere chi sia più simile a Cristo (viste affermazioni in merito attribuite al premier uscente), non vi sembra comico che proprio Prodi, nell'ultimo faccia a faccia elettorale, avesse promesso nel suo appello finale "...un pò di felicità" agli italiani. Ora ha cambiato idea. Forse perchè la situazione è "seria".

Tuesday, May 16, 2006

Politica e cittadini

Vorrei esprimere alcuni spunti sul sistema politico del nostro Paese. Un dato che emerge in modo significativo, soprattutto negli ambiti locali, sembra essere lo scollegamento tra gli “attori” della politica e gli elettori E il continuo tentativo locale (Regioni, Province, Comuni) di replicare il modello partitico nazionale è a mio modo di vedere fallimentare già in partenza in quanto punta ad emulare un modello in crisi evidente fin dall’inizio degli anni ’90. Lo scollegamento tra il mondo dei partiti ed il corpo elettorale sembra nascere giusto nel momento in cui tramontarono le grandi ideologie che avevano caratterizzato il secondo dopoguerra, o meglio quando queste ideologie, abbandonata la divisione del mondo in blocchi, hanno iniziato a perdere da un lato il loro rigore ideologico, dall’altro la loro “purezza” nel senso che nel bene e nel male hanno finito per contaminarsi reciprocamente. A questo punto i salti di schieramento o di partito dei molti “riciclati” hanno fatto il resto. Risultato caos e confusione, confusione e caos, soprattutto nella testa degli elettori, i quali, crollate le idee e i protagonisti che le interpretavano, hanno seriamente incominciato a disaffezionarsi alla politica, soprattutto perché l’apparato statale e partitico ha continuato a funzionare come prima: stessi favoritismi, stesse clientele, stessa esagerata ingerenza tra partiti e aziende pubbliche. L’unica differenza è la maggior spudoratezza con la quale questo sistema funziona, poiché prima, durante la prima Repubblica, veniva protetto dalla reciproca omertà dei partiti, mentre ora, dopo Tangentopoli, un po’ tutti pur chiamandosene fuori, bramano di partecipare all’importante spartizione degli incarichi di istituzioni ed enti pubblici.
L’elemento di novità è stato, comunque la si pensi, la discesa in campo di Silvio Berlusconi, che ha lanciato il modello del partito creato a immagine e somiglianza del leader. E al di là del giudizio che si può formulare sull’esperienza politica del creatore di Forza Italia, è quasi certo che questi anni di passaggio andranno ricordati sotto l’appellativo di anni del “berlusconismo”. A perenne memoria, verrebbe da dire. Il fatto è che anche questa novità ha portato ad un allontanamento dai cittadini, perché il partito prende i voti non per l’azione sul territorio, ma per il carisma del suo leader nazionale. In realtà la legge elettorale maggioritaria ha permesso ai partiti della seconda Repubblica di spartirsi il territorio: i cosiddetti seggi uninominali “sicuri” per uno schieramento o per l’altro non necessitano più di presenza dei candidati tra la gente, o meglio del radicamento dei candidati nel territorio, ma ha dato vita all’ulteriore fenomeno del “paracadutismo” dei candidati in questi stessi seggi. Non che prima col proporzionale con preferenze la storia fosse migliore, anzi: spesso si assisteva, soprattutto in sud Italia, al fenomeno del voto di scambio tra un elettorato controllato dalla criminalità ed il candidato. Ma il maggioritario, che sembrava un toccasana universale ha fallito, perlomeno nella sua italica versione (lo definirei maggioritario all’amatriciana), lo scopo. Il proporzionale attuale senza preferenze, se da un lato toglie libertà di scelta ai cittadini sul candidato, è perlomeno un fedele specchio di quella che è la politica in Italia: una realtà completamente frammentata. Le recenti forme di movimentismo che hanno invaso la politica, soprattutto da sinistra (no global, girotondini,…) dimostrano le difficoltà anche dei partiti tradizionalmente “al fianco dei lavoratori”, di saper interpretare le esigenze della loro base elettorale. E per catturare preferenze ormai i partiti si inventano di tutto: liste civiche che nascono in una notte, movimenti di sindaci, liste personali dei candati, liste “aperte alla società civile” (come dire che quelle dei partiti sono riservate alle gerarchie dei partiti stessi). La politica locale, che dovrebbe fare da tramite tra i partiti nazionali e gli elettori resta sospesa tra il desiderio di imitare i giochi di potere della partitocrazia di Roma (dimenticando o rifiutando il dialogo coi cittadini), e l’indifferenza con la quale viene considerata dai leader nazionali (soprattutto quando è il momento di scegliere i candidati). Quale soluzione allora per riavvicinare la politica ai cittadini? La soluzione che ho cercato di dare insieme ad altre persone, a questa domanda, è quella del movimento civico. Credo che questa possa essere una soluzione che pur presentando delle difficoltà permette da un lato alle amministrazioni locali di essere più vicine ai cittadini, riuscendo al tempo stesso a dialogare con le istituzioni di ordine superiore senza preconcetti ideologici. Non dico che sia una strada semplice, ma ci stiamo provando. Alla fine dell’esperienza trarremo le nostre conclusioni.

Monday, May 15, 2006

Maurizio l'Onnipotente

Da tempo desidero esprimere un pensiero riguardo a quello che ritengo uno dei mali della televisione...farei meglio a dire colui che ritengo uno dei mali della televisione, in quanto sto parlando di Maurizio Costanzo.
La sua presenza in tv (su Canale 5) negli ultimi anni ha assunto l'aspetto di una dittatura senza fine, rafforzata dalla presenza sempre più straripante, nel tempo e nel modo di fare tv, della moglie, Maria de Filippi e dalla vastità del palinsesto che i due gestiscono: il mattino, il primo pomeriggio la domenica pomeriggio su Canale 5, nonchè un reality (Amici...di Maria de Filippi), che oltre al sabato pomeriggio, a volte occupa anche la prima serata della domenica.
Come ogni dittatura che si rispetti, ha perso nel tempo gli aspetti positivi che comunque aveva (ossia il Maurizio Costanzo Show, che peraltro negli ultimi anni aveva perso gran parte delle sue caratteristiche originarie), esaltando in modo grottesco la figura di un leader che decide tutto, mette l'ultima parola su tutto, assume tutti gli incarichi, tutti i ruoli, vigila severamente sull'operato dei suoi sottoposti, chiama e caccia le persone a suo piacimento. Questa situazione è divenuta clamorosa nelle ultime settimane, quando una delle tante sconosciute o quasi che passano per Buona Domenica (Selvaggia Lucarelli), si è rifiutata di andare in trasmissione, non condividendo lo stile televisivo che il programma della Domenica di Canale 5 ha assunto sotto la guida di Costanzo. Quando qualcuno si è chiesto come mai l'ospite non partecipava Maurizio non ci ha pensato un attimo a dire che non era l'ospite ad aver rifiutato, bensì era lui a non averla voluta, perchè è lui che decide chi viene e chi va a Buona Domenica.
Sul web (mezzo di comunicazione assai democratico) fortunatamente è emerso un fronte di utenti che, tra forum e blog, si chiede se per il dittatore di Mediaset non fosse il caso di passare la mano. Io voglio associarmi a questa fronda.
Maurizio Costanzo è un uomo che per anni ha fatto televisione in modo egregio: su tutto da ricordare il periodo, all'inizio degli anni '90, in cui lanciò una forte campagna tv contro la mafia. Per questo rischiò di pagare con la vita, sfuggendo per un soffio ad un attentato organizzato apposta per chiudergli la bocca. Questo gli fa onore. Gli fa meno onore il fatto che, giunto a condurre Buona Domenica, ha iniziato a trasformare questa trasmissione, che era il classico contenitore della Domenica pomeriggio all'italiana, a sua immagine e somiglianza. Si è messo al centro della trasmissione stessa, ci ha messo dentro sua moglie con tutta la sua pletora di presenzialisti, ha inserito la sigla MCS (Maurizio Costanzo Show, come a dire "Questa è la mia trasmissione") nel logo della trasmissione, riuscendo infine a farla diventare il sunto della programmazione di Mediaset, attraverso la presenza di tutti i concorrenti (vecchi e nuovi) dei reality delle reti del Biscione. Il tutto dopo aver criticato abbondantemente i reality, perchè mettevano in piazza gli affari della gente, delle persone normali. Solo che dato il loro successo di pubblico, forse ha capito che questo era ciò che la gente voleva. E il nostro dittatore si è rapidamente adattato. Adesso per presentare gli ospiti a Buona Domenica impiegano mezz'ora di trasmissione. Il problema è che se non segui molto la tv e i tabloid non sai nemmeno chi siamo questi ospiti famosi. Ex veline, attori e attrici fallite, concorrenti di reality usciti alla prima nomination, psicologi presenzialisti e chi più ne ha più ne metta. Ma cosa fanno tutti questi ospiti in trasmissione? Fanno il trenino, fanno gli opinionisti su qualsiasi cosa (purchè banale), fanno finta di cantare, si sputtanano a vicenda. Altro? No, purtroppo no. Il resto tocca a lui, al magnifico Maurizio, che mangiandosi le parole, tanto da emettere suoni incomprensibili che in realtà per lui sono discorsi, passa indifferentemente dal chiedere conto degli amori, veri o presunti, degli "ospiti" prima elencati, a fare interviste più serie a protagonisti di fatti di cronaca (tanto per continuare a farsi i cazzi degli altri), a far finta di suonare il sax insieme all'orchestra del buon Demo Morselli.
Certamente nella metamorfosi di Costanzo si vede la mano della moglie, pioniera dei programmi che danno in pasto al pubblico la vita delle persone (a volte assai costruita). Il suo programma, fatto di "tronisti" e "troniste" arroganti e di aspiranti fidanzate/i è l'apoteosi di questo modo di fare tv. Spesso però mi spaventa il suo desiderio morboso di sapere per filo e per segno i segreti più nascoti della vita dei suoi ospiti. In questa ottica Maurizio sembra la macchietta del vecchio guardone che sbava (perchè lui sbava per davvero) vedendo una situazione "piccante".
Indiscutibilmente la gente gradisce. Costanzo e signora hanno la colpa di fare tv spazzatura, ma restano saldamente al loro posto perchè la gente questa spazzatura se la mangia come il pane. Questo vouyerismo nazionale è preoccupante: una volta si sognava di poter vivere una vita dorata come le star hollywoodiane, che venivano viste come degli dei. Questo ci poteva stare, perchè le star erano famose quanto gelose della loro vita privata, proprio per nascondere la "normalità" di gran parte della loro vita quotidiana, al fine di coltivare il loro "mito". Oggi la sensazione è che la tv ci proponga dei modelli al ribasso, tanto più famosi quanto più in grado di dare scandalo, possibilmente attraverso una vita sentimentale/sessuale sregolata e manie personali buone per diventare tormentoni estivi. Il bello sta nel poter dire "Io sono meglio di quelli là", ergo posso andare in tv anch'io. Quasi a dire che se la gente non riesce ad innalzarsi culturalmente verso una tv di qualità, è la tv stessa che si abbassa al livello della gente comune. Gli esperti di marketing lo chiamerebbero rispetto per le aspettative del target, per me è solo la miseria del genere umano.

Sunday, May 14, 2006

What wrestling means


…A King of the Ring 1998 Mankind ed Undertaker danno vita ad un match a dir poco fantastico, caratterizzato dalle imbizzarrite performance di Mankind che riuscivano a nascondere anche lo stato di forma non eccellente di Undertaker, colpito da un infortunio ad una caviglia. Il momento più eccitante del match quando Mankind viene scaraventato dal tetto della gabbia (a 5 metri di altezza) direttamente sul tavolo della postazione dei telecronisti di lingua spagnola, Tito Santana e Carlos Cabrera. L'impatto è talmente violento che Mankind perde addirittura tre denti ed il match viene sospeso per oltre cinque minuti affinchè si accertassero le reali condizioni fisiche di Mankind.
L’incontro riprende con un altro duello sul tetto della gabbia, questa volta Undertaker esegue una chokeslam su Mankind, il quale sente letteralmente mancare il terreno sotto di lui, il tetto della gabbia aveva ceduto e Mankind era così precipitato di nuovo questa volta al centro del ring. Il match si conclude con Undertaker che riesce ad eseguire la Tombstone su Mankind sopra ad un mucchio di puntine da disegno che lo stesso Mankind aveva gettato sul ring durante una fase del match. Mankind grondava sangue da parecchi punti del suo corpo ed il tutto era amplificato dalla camicia bianca che indossava. Mick Foley è comunque oggetto di un’autentica “standing ovation” da parte di tutto il palazzetto ed acquista parecchi punti come “beniamino” del pubblico…

(www.tuttowrestling.com)

Parlando di wrestling se ne sentono un po’ di tutti i colori. Ho deciso di aprire questa riflessione raccontando un pezzetto della storia di questo business (business, non sport; nello sport puoi essere un grande atleta ma avere il cervello vuoto, vedi molti calciatori, nel business no; con buona pace di quelli che dicono che il wrestling non è neanche uno sport: infatti è molto di più).
Ho deciso di partire da un personaggio magari sconosciuto ai più, ma che può aiutarci a capire il senso di questo mondo apparentemente così bizzarro. Non sto parlando del Phenom, ossia di Undertaker (Respect!), un’icona del wrestling che ormai conoscono anche i sassi. Sto parlando dell’altro contendente dell’incontro brevemente riassunto all’inizio, e cioè di Mick Foley, alias Mankind, un wrestler che ha ottenuto l’appellativo di “Hardcore Legend”, la leggenda dell’hardcore, ovvero del combattimento estremo, senza regole e con armi non convenzionali. Mick Foley è uno che in una decina d’anni di carriera vera e propria (da fine anni ’80 a fine anni ’90), e in un successivo periodo di combattimenti più sporadici (fino al più recente di Wrestlemania XXII, dove ha combattuto splendidamente, in un match, manco a dirlo, hardcore), ha lasciato sul ring litri di sangue, buona parte dell’orecchio destro, i tre denti sopracitati nonché buona parte della sua salute mentale; di sicuro sul ring si è garantito tutti i malanni della vecchiaia (dolori ossei e muscolari) con una ventina di anni d’anticipo ed ha rischiato la paralisi (per la cronaca la foto sopra ritrae Mick Foley nei panni di Cactus Jack, il personaggio più "hardcore" da lui impersonato). Se vi chiedete se i lottatori si picchiano davvero, al di là delle evidenti fasi di lotta simulate ed organizzate prima del match, cercate su internet il video del match dal quale sono partito: penso potrebbe convincere anche quelli che dicono che il wrestling “è tutta una farsa”. Se vi chiedete se le rivalità sono reali o finte guardatevi qualcuna delle mosse più spettacolari: molte volte la vita di un atleta è nelle mani del suo avversario.
Ma torniamo a noi. Cosa spinge un wrestler a fare quello che ha fatto Mick Foley (e attenzione, come lui ce ne sono molti che pur non arrivando in alto come lui per anni hanno passato la loro carriera combattendo nelle piccole federazioni con molti rischi in più e molte sicurezze in meno)? Direte voi: i soldi. In parte vi do ragione. In un business i soldi sono un elemento importante per mandare avanti la baracca, grande o piccola che sia. Il problema è che Mick Foley, buona parte della sua carriera l’ha passata in federazioni minori, quasi a dirci che non combatteva solo per i soldi, ma soprattutto per qualcos’altro:"...Mick Foley è comunque oggetto di un’autentica “standing ovation” da parte di tutto il palazzetto ed acquista parecchi punti come “beniamino” del pubblico...".
Queste parole riprese dall’inizio ci danno una chiave di lettura: attraverso quell’incontro di King of The Ring 1998, e tanti altri di tenore simile, Mick si è garantito per sempre l’ovazione, il rispetto, la devozione da parte del pubblico ogni volta che partecipa a un qualche evento della WWE.
La gloria e i soldi, come negli altri sport. Si, ma anche un logorio fisico che in pochi sport ha eguali. Anche perché il rapporto ricompense/sacrifici è nel wrestling, per la maggior parte dei lottatori, inferiore, e di molto, a 1. Qualche volta il logorio ha compreso anche il doping, o la dipendenza dagli antidolorifici, e questo pesa sull'immagine del business. Il fatto è che queste spinte poi le paghi. Chiedere ai tanti atleti prematuramente scomparsi per questo motivo. Per fortuna da questo punto di vista la morte di Eddie Guerrero è stata utile perché ha segnato un momento di svolta per la lotta al doping nella WWE (Eddie si era ripulito, ma ha pagato gli eccessi del passato).
Ma adesso vorrei rivolgermi a tutti quelli che il wrestling lo vedono come il fumo negli occhi. Voi mamme e papà che vi riempite di soap opera e telefilm, che passate le domeniche a guardare Domenica In o Buona Domenica, che sono diventate trasmissioni atte ad ospitare concorrenti di reality che grazie a questo (e grazie alla loro stupidità nonché a quella dei conduttori) vengono chiamati a dire la loro opinione su qualsiasi cosa, dalle posizioni del kamasutra alla fame nel mondo. A voi che ai vostri figli avete insegnato a vivere i weekend nei centri commerciali, che fate loro vedere i reality con i concorrenti ricoli citati prima, che per i vostri figli riuscite al massimo a sognare una carriera rispettivamente da calciatore o da velina, e a questo fine li lasciate 10 ore al giorno davanti alla tv, dove nei programmi pomeridiani non fanno altro che intervistare veline e calciatori tra loro accoppiati. A voi che guardate i programmi di Maria de Filippi e che come l’urlante pubblico onnipresente nelle suddette sceneggiate, sputate sentenze sui protagonisti di queste stesse trasmissioni, fingendo di fare delle considerazioni intelligenti sui contenuti dei suindicati programmi (che hanno un contenuto qualitativamente pari all’attività celebrale dei loro protagonisti, cioè 0, o forse meno), quando in realtà siete solo invidiosi di non poter essere voi i protagonisti di tutte quelle chiacchiere. A voi sociologi che vi fate ospitare nelle stesse trasmissioni per cercare di trovare dei profili psicologici nella vita della gente di spettacolo (salvo il fatto che buona parte delle persone di spettacolo hanno due capisaldi nella vita: i soldi e la vita sessuale) e che passate il tempo a denigrare il wrestling, causa di tutti i problemi dell'infanzia e dell'adolescenza, neanche fosse il diavolo. A tutti voi che avete come principale attività culturale guardare la tv spazzatura fin qui rappresentata. A tutti voi chiedo: perché ce l’avete tanto col wrestling? Nella peggiore delle ipotesi per voi non è né più né meno uguale alla porcheria che guardate in tv. Con la differenza che nel resto dei programmi la gente sputtana e si fa sputtanare a parole. Almeno nel wrestling si arriva ad una resa dei conti, costruita, si, magari violenta. Ma la vita è forse semplice, priva di pericoli, giusta, dolce, serena?Per questo il wrestling è molto meglio del resto della tv: perché in fondo è una parodia della vita reale, ma molto più reale dei reality. Ti insegna che nella vita si vince e si perde, ci sono i furbi e gli onesti, gli amici e quelli che ti fregano. E se invece di lasciare che i bambini guardino da soli il wrestling (perché avete di meglio da fare piuttosto che accudire i vostri figli) per poi urlare ai quattro venti che è trash, è spazzatura, che è diseducativo, dovreste provare a guardarlo insieme ai figli. E imparereste qualcosa anche voi. Magari imparereste che i bambini cercano solo degli esempi positivi da seguire (che non trovano in altri ambienti, famiglia compresa). Per questo il wrestling per loro è così accattivante.

Barilla industria artigiana?

Da studente di economia e di marketing ho imparato che la pubblicità persegue fondamentalmente lo scopo di promuovere l'acquisto di un prodotto, e per fare questo può utilizzare diverse strategie. Si può presentare il prodotto come soluzione ad un problema, si possono elencare i suoi pregi, si può cercare di creare nel consumatore un senso di insoddisfazione che il prodotto può soddisfare. Una pratica universalmente riconosciuta come scorretta è però quella di attribuire al prodotto pregi che esso non ha, in particolare se essi sono propri di prodotti concorrenti. Entro certe fattispecie anche le leggi in materia condannano e sanzionano questa pratica.
Barilla, col suo marchio Mulino Bianco, ha dichiarato guerra ai panificatori artigiani, violando, a mio modo di vedere (ma anche secondo la Fippa, federazione nazionale dei panificatori), i limiti della pura vanteria e cadendo nell'attribuzione al proprio prodotto di pregi di un prodotto concorrente. Lo ha fatto lanciando una campagna televisiva martellante per promuovere il suo "filone da tavola", un prodotto da forno dichiarato "buono", "bello morbido", e prodotto sostanzialmente in modo artigianale. La pubblicità è quella del bambino che sogna gli "uomini della farina", che preparano, in un laboratorio artigiano, la pasta per fare il pane, la quale, toccata dal bambino, risulta appunto "bella morbida". Al mattino il bambino, svegliandosi ritrova in cucina il filone del Mulino Bianco "bello morbido", tra l'altro con lo stesso segno del dito che lui, nel sogno, aveva lasciato sulla pasta.
A parte le incongruenze della pubblicità (spiegatemi quale pasta di pane un pò lievitata non è "bella morbida", spiegatemi perchè il filone cotto porta traccia del segno del dito, visto che, se è "bello morbido", durante la cottura dovrebbe essere lievitato e i segni dovrebbero essere cancellati, spiegatemi perchè gli "uomini della farina" così laboriosi, finiscono per mettere il loro pane nel sacchetto del Mulino Bianco, spiegatemi perchè quando la mamma rompe il pane davanti al bambino la mollica si rompe come fa tipicamente quella del pane raffermo) la scorrettezza della Barilla emerge, oltre che nel fatto di sfruttare l'immagine del bambino nella pubblicità, anche nello sforzo profuso per accreditarsi un'immagine di artigianalità, che non è certo propria di un'azienda industriale. Quasi a dire che l'artigianalità nelle produzioni alimentari è un elemento che crea dei vantaggi competitivi per il prodotto che gode di questa caratteristica. E se noi, azienda industriale, questa caratteristica non ce l'abbiamo (perchè ce l'hanno i nostri concorrenti artigiani), facciamo finta di averla lo stesso, creando una pubblicità ad hoc. Magari instillando anche il dubbio che gli artigiani non sono affidabili, perchè non sono in grado di garantire uno standard qualitativo come fa un'azienda industriale.
Al di là dei risvolti legali, il modo subdolo con cui Barilla cerca di conquistare fette di mercato, dimostra come questa azienda, al di là dei risultati economici che potrà ottenere, manchi di rispetto agli artigiani. Manca di rispetto proprio perchè finge, attraverso questa pubblicità, di avere qualità e valori che gli artigiani hanno e che un'industria non avrà mai. Il giocare sporco di Barilla però trascura la capacità di reagire di questa categoria, che sopravvive nonostante una legislazione comunitaria che tende continuamente a mortificarla. Io voglio sperare che Barilla trascuri il buon senso dei consumatori, almeno il buon senso di quelli che sarò riuscito a raggiungere con questo post.

Profili poco onorevoli

L'on. Francesco Caruso non ha partecipato al minuto di raccoglimento che la Camera dei Deputati ha dedicato ai caduti italiani di Nassiriya; è entrato in aula dopo aver atteso fuori che tutto fosse finito. Forse era a pisciare... si sa l'emozione del primo giorno. Forse ha pensato che un minuto di raccoglimento con applauso finale fosse un tributo eccessivo ai servi dell'imperialismo. Forse non ha proprio pensato... perchè uno che dice che l'attentato di Nassiriya è "un atto deprecabile ma che va contestualizzato"... probabilmente è un mentecatto. D'altro canto, a cercare bene tra i meandri del suo profondo elaborato culturale, viene fuori questa chicca, scritta dal carcere di Viterbo dove è finito 3 anni fa insieme ai/alle compagni/e ... di merende per un grande atto rivoluzionario compiuto in nome dei diseredati "del movimento dei movimenti" ; Gramsci, almeno, nelle galere fasciste c'era finito per cospirazione politica non per aver svuotato un supermercato. Ma ciò che colpisce non è tanto il cumulo di scemenze scritte... quanto la firma... che individua la personalità:
Francesco Caruso, carcere di Mammagialla, Viterbo, Italia, Europa, Pianeta Terra, 25 novembre 2002, Anno Secondo della Guerra Globale Permanente
Uno che firma così più che un mentecatto è un vero e proprio imbecille. Ed ora, Aprile 2006, Anno Sesto della Guerra Globale Permanente... il disobbediente che giustifica i kamikaze e vuole sciogliere i Ros, ne ha fatta di strada, dal carcere di Viterbo al Parlamento italiano per evitare di ritornare in carcere. Un anno fa, in un convegno alla Fiera di Roma, alla presenza del gotha della disobbedienza radical chic, con Valentino Parlato, il prof. Asor Rosa, Stefano Benni, Susan George, il nostro onorevole aveva detto: "(...) bisogna avere la capacità di rilanciare e rafforzare i nostri percorsi di lotta, i conflitti sociali che ci hanno visti protagonisti e che sono ancora tutti in piedi (...). Dobbiamo evitare che il movimento si trovi, da qui a pochi anni, tra chi va al governo e chi va in galera" ...appunto e quindi lui ha pensato bene di andare al governo... per non finire in galera con tutti i procedimenti a carico che ha. Ha detto che non metterà la cravatta...perché è il segno della distanza dalla società civile. Ha detto che terrà per sè solo il 10% dell'indennità, "il resto al partito e agli avvocati che difendono i compagni nei guai con la giustizia"... e che dovranno difendere anche lui. Gli bastano le rendite che papa' e mamma' gli hanno intestato. Gli appartamenti, gli oltre 35 terreni (tra vigneti e pascoli), i possedimenti in Calabria che compongono una visura catastale di 7 pagine che il miliardario proletario si tiene ben stretti. Guardo la faccia laida dell'on. Caruso e penso che questa sinistra mi fa schifo. Ma non così per dire; proprio schifo schifo. Credo sia la peggiore sinistra d'Europa: vile, ipocrita, falsa, attaccata al potere del quale ha sempre conservato i privilegi; l'unica sinistra incapace di esprimere un leader riformista credibile e costretta ad affidarsi ad un vecchio boiardo di Stato democristiano che tra una seduta spiritica e l'altra rappresenta una delle figure più corrotte e inquietanti della storia del nostro paese. Perché il problema è anche questo: l'assenza di una sinistra decente. Oggi che la classe operaia è andata in paradiso, ci ha lasciato l'eredità di un comunismo senza più comunisti; la caricatura di ciò che la storia ha buttato nella spazzatura della memoria; un comunismo che non ha più proletari da riscattare ma solo interessi da tutelare e balordaggini intellettuali da rivendicare. Un comunismo che ha perso operai e lavoratori e si è tenuto sindacalisti, intellettuali, figli di papà che giocano alla rivoluzione, burocrati della pubblica amministrazione... insomma il peggio di questa Italia. Un comunismo che ama a dismisura il capitale ma odia i capitalisti, che non nutre più una coscienza di classe (che quel pazzo profeta di Céline aveva già capito nel '38 che era solo una "demagogica fottitura") ma solo l'odio ideologico e lo snobismo. Un comunismo che del vecchio senso storico, come prevedeva Karletto (Marx), si è tenuto la farsa... dopo la tragedia. Forse ha ragione Filippo Facci quando scrive: "Caruso non esiste, rendiamocene conto, è di una pochezza impressionante, esiste al limite la sotto-sotto-sotto galassia che abbiamo deciso che lui rappresenti perché ogni tanto sfascia qualcosa ma soprattutto perché noi abbiamo bisogno di facce"... e che facce! Ma Caruso è lo specchio di questa sinistra italiana senza progetto, carica di contraddizioni, che ama le piazze ma anche i salotti confindustriali; legata al filo doppio del potere e sempre in lotta al fianco di chi il potere già ce l'ha. Guardo quella faccia arrogante, livorosa, carica di odio ideologico e ci vedo lo specchio di un'Italia irreale, che esiste solo sui giornali e mi consolo pensando all'altra di Italia: quella sommersa, nascosta, invisibile agli intellettuali, ai giornalisti, ai sondaggisti. L'Italia che Paolo Mieli non conosce, che Dario Fo non capisce, che D'Alema non considera, che Rossana Rossanda disprezza, che Caruso aggredisce; ma è l'Italia che garantisce a tutti loro libertà, civiltà e benessere. L'Italia della gente normale. L'Italia che entra nel dolore e nelle grandi questioni che la storia pone con la semplicità del buonsenso, della dignità e dell'amore... e che sta nelle parole della mamma del capitano Ciardelli: "Prego Dio che protegga tutti i ragazzi che sono laggiù in Iraq. E che devono rimanerci, perché il terrorismo va combattuto e sconfitto". E mentre questa parte del paese, piange i nostri soldati caduti a Nassiriya, per la pace... al pacifista che spera in un'inesistente Guerra Mondiale Permanente per dare un senso all'inutilità di una politica ipocrita; che non crede sia doveroso dedicare neanche un minuto di silenzio ai soldati di quel paese che ora lui dovrebbe rappresentare; che strizza l'occhio ad Hamas; che si accompagna a quelli che brindano per ogni americano sgozzato e per ogni italiano saltato in aria su una mina; che parla di repressione dentro un sistema che permette a lui e ai suoi compagni nullafacenti di fare e dire quello che vogliono... a lui e a quelli come lui che oggi governeranno il paese, noi che siamo comunque gente di onore, facciamo gli auguri per il nuovo incarico istituzionale al servizio della nazione. All'on. Francesco Caruso, parlamentare della Repubblica Italiana: in bocca al lupo... balordo!

Friday, May 12, 2006

Regime?



Nella foto allegata vedete un esempio di come l'onorevole Pecoraro Scanio manifesta il suo cordoglio durante i funerali di Stato per i militari italiani caduti in Iraq. Per la cronaca l'altro compare è il diessino presidente della Regione Emilia-Romagna, Vasco Errani. Complimenti.
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«Sono uscito per non vederli. Siamo usciti tutti, noi che non eravamo di picchetto e potevamo farlo, per non vedere chi ha sempre sputato sui nostri militari in Iraq sfilare di fronte ai feretri di tre colleghi morti per la Patria, morti perché in quella missione ci credevano». È l'amaro sfogo di uno dei tanti carabinieri che ieri erano all'ospedale militare del Celio, dove è stata allestita la camera ardente per il capitano dell'esercito Nicola Ciardelli e i marescialli dei carabinieri Carlo De Trizio e Franco Lattanzio. Le persone che i militari non volevano vedere erano Romano Prodi, Francesco Rutelli, Piero Fassino e Massimo D'Alema, che ieri, alle 10.28, si sono recati al Celio. I colleghi dei soldati morti a Nassiriya non dimenticano. Non possono cancellare con un colpo di spugna le parole dei vertici dell'Unione, che hanno ribadito spesso la necessità di ritirare le truppe da quella che hanno definito una «missione inutile». E nel giorno del dolore, quando tanti carabinieri sono stati chiamati a fare turni estenuanti (dalle 7 di mattina alle 9 di sera) per stare accanto alle bare dei caduti e ai loro familiari, loro lo hanno fatto senza battere ciglio. Lo avrebbero fatto anche fuori servizio. E in molti, infatti, pur essendo nel loro giorno di riposo, sono rimasti per molte ore fuori dalla camera ardente. Ma quello che questi militari non sopportano è «l'ipocrisia di chi vuole farsi vedere dalle telecamere oggi, oggi che questi tre colleghi sono degli eroi, viene qui a mettersi in mostra accaparrandosi un valore che non gli appartiene: l'orgoglio per una nazione»
(Pezzo dal thread "Rabbia dell'Arma contro la sinistra" dal blog controcorrente.ilcannocchiale.it)
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A Milano gli "autonomi" (autonomi da chi?) dei centri sociali, manifestando per la festa del primo maggio (pur non avendo mai lavorato un minuto in vita loro), come di consueto hanno inneggiato a "...10, 100, 1000 Nassiriya". Ovviamente mentre a Roma si vegliava sulle salme dei tre caduti. Datemi un motivo per cui io non dovrei andare in piazza la prossima volta a rompere loro le gambe a bastonate e far loro ingoiare i denti.
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A Milano Letizia Moratti ha dovuto abbandonare i cortei del 25 aprile e del primo maggio per evitare un concreto rischio di linciaggio; il rischio non veniva da black blocks, disobbedienti o quant'altro, ma da apparentemente traquilli cittadini di mezza età, probabilmente convinti (da qualcuno) che tutto ciò che non è di sinistra è fascita.Potremmo dire che Berlusconi ha una parte del merito di questo odio reciproco, avendolo istigato. Ci sono due problemi però. Primo non ho visto di recente cortei di centrodestra in cui si aggrediscono fisicamente delle persone; secondo si insiste sul fatto che Berlusconi parli del passato quando parla dei comunisti. Ma le bandiere rosse dei partiti neo-comunisti italiani, quelle dell'Unione Sovietica, quelle di Cuba, quelle con l'effige di Che Guevara c'erano ai cortei, eccome. Cosa poi centrino con la liberazione e col lavoro...Capisco che si possa odiare Berlusconi, ma Letizia Moratti cos'ha fatto per meritare questo? Ha ucciso qualcuno?Ha rubato? No, ha solo fatto una riforma che, condivisibile o meno, è pur sempre una riorganizzazione del sistema scolastico, non una legge liberticida. Ma forse per la sinistra chi tocca il centro del suo potere culturale, cioè la scuola, è peggio del diavolo...
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Nella prima seduta della Camera dei deputati il neoeletto dis-onorevole Caruso ha abbandonato l'Aula quando il presidente ha chiesto un minuto di silenzio per i tre militari uccisi.
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Prove generali di regime? O è l'inizio della felicità promessa da Prodi?

Il Paese spaccato a metà

Se dovessi scegliere la frase più inflazionata in Italia in questo periodo propenderei necessariamente per uno dei pochi concetti veramente bipartisan in voga in questo momento: "Il Paese è spaccato a metà". Divertente l'incongruenza tra il concetto che la frase esprime (spaccatura, divisione) e la sua trasversalità rispetto all'arco parlamentare.
Questa frase se la sono lasciata uscire dalle labbra tutti, politici, giornalisti, imprenditori, sindacalisti, prelati, gente comune. Quelli politicamente orientati verso il centrodestra gridandola, come uno sfogo per dire che la sinistra, vincente per un soffio alle elezioni (tra mille perplessità dovute ad una riconta dei voti mancata perchè non prevista dalla legge, ma che sarebbe stata utile per fugare qualsiasi dubbio), non deve permettersi un'occupazione militare delle istituzioni (come in realtà sta facendo). Quelli orientati verso il centrosinistra sussurrandola, onde non cancellare il contenuto politico di una vittoria già di per sè sbiadita. Bene, quest'idea che il Paese è spaccato in due è una grande falsità da un lato, ma una grande verità dall'altro.
La grande falsità sta nel fatto che il Paese è si spaccato, ma non certo dal 10 aprile 2006. Volete dire che dal '94 in poi l'Italia non è stata divisa tra destra e sinistra, pur con alcuni distinguo? Volete dire che se una coalizione vinceva col 55% e l'altra perdeva col 45% il Paese non sarebbe stato spaccato in due? La nuova legge elettorale e la maggioranza risicata al Senato hanno acuito questa percezione, ma non sono i fattori determinanti della stessa. Così come il berlusconismo e l'antiberlusconismo segnano idealmente lo scontro ma non lo determinano nella sua genesi.
Qui sta la grande verità: che l'Italia è spaccata in due culturalmente, ideologicamente, al di là di quanto dicono i numeri delle elezioni. Questo è un segno positivo in un contesto bipolare, dove devono per forza confrontarsi due diverse idee di Stato, di economia, di società. Il tutto è una garanzia dalla puzza frequentemente avvertita nei palazzi del potere di involuzioni neocentriste e consociative di matrice exdemocristiana. Mi spiace, se il centrismo è uno strumento di facilitazione del confronto tra idee diverse ben venga, ma se diventa un obiettivo politico chi lo persegue si è perso gli ultimi 15 anni di vita politica italiana.
Il problema sta nel fatto che le due idee che si confrontano nel Paese non riescono a legittimarsi a vicenda, favorendo gli estremismi. Berlusconi con la sua "minaccia comunista" tende a prefigurare una deriva che in Italia non rischiamo più. Dall'altro lato bollare tutto ciò che sta attorno a Berlusconi ( dai partiti alle persone, dai giornali alle aziende, fino agli Stati Uniti) come parte di un regime (possibilmente accostato all'aggettivo fascita), vale quanto il bue che dice cornuto all'asino.
Il fatto è che in questo Paese si sta combattendo dall'8 agosto 1943 una guerra civile di proporzioni gigantesche: fascisti e partigiani, Dc e Pci, Stato e Br, centrodestra e centrosinistra, Berlusconi e Prodi. La memoria e la difesa dei valori della Resistenza e il revisionismo storico sono due aspetti perduranti di uno scontro, a volte sotteraneo e silenzioso, che mina le fondamenta della pacificazione sociale della nazione italiana. Finchè non riusciremo a consegnare il ventennio e la seconda guerra mondiale alla storia, metà dei cittadini di questo Paese continuerà a vivere nell'angoscia che l'altra metà prenda il potere, al di là di Berlusconi e dei comunisti. Finchè qualcuno continuerà a difendere l'identità, la cultura e la tradizione fascista così come quella comunista questo Paese non potrà lasciarsi alle spalle gli opposti estremismi. Il problema è che, dati elettorali alla mano, il cartello di partiti "neofascisti" ha raccolto alle elezioni circa l'1%. I partiti "neocomunisti" valgono almeno il 10% (senza contare quelli che la falce e martello ce l'hanno "scolpita nel cuore", vero on. D'Alema?), e faranno parte del prossimo esecutivo, oltre ad avere la presidenza della Camera. Colpa del fatto che questo Paese ha "assaggiato" solo il regime fascista, o anche colpa di qualcuno che non si è accorto che la guerra è finita, che a Berlino è caduto un Muro e che il comunismo non è stato altro che una copia rovesciata del totalitarismo di destra?

Tifosi smarriti

Il mondo del pallone è sottosopra. Dopo essere resistito ad innumerevoli scandali, da quello dei passaporti, a quello delle squadre con buchi di bilancio tali da far impallidire un'azienda fallita, passando per lo scandalo doping, questa industria (perchè di questo si tratta) sta vivendo la sua bancarotta. Il giocattolo si è rotto.
Quando lo scandalo doping investì altri sport, ciclismo in primis, i signori del calcio si affrettarono a dire che il calcio no, era uno sport pulitissimo e pieno di lealtà sportiva. E i media a sostenere servilmente questa tesi, impegnandosi invece a sputtanare altri ambienti (sempre il ciclismo in testa) dove invece il marcio c'era, e andava spazzato via. E allora tutti a trattare i ciclisti come criminali, come ladri. Per non parlare di altri sport, dall'atletica al nuoto, in cui il sospetto di prestazione gonfiate è storicamente presente, perchè, periodicamente, qualche atleta faceva il furbo. Ma il calcio no, è pulito come l'acqua di sorgente. Nell'ultima edizioni dei mondiali se non sbaglio non è stato riscontrato un caso di doping. Fantascienza.
Il processo per doping contro la Juventus, unica azione giudiziaria forse mirata a far luce su questo male del pallone, è finito con l'assoluzione degli imputati. Non voglio dire che solo gli juventini si dopassero, anzi. Ma la sentenza è sintomatica del potere assunto dal calcio come ambiente, nonchè della sua capacità di nascondere lo sporco sotto il tappeto.
Questo del doping è solo un'esempio dei problemi di questo ambiente: parliamo dei passaporti? Parliamo delle scommesse? Parliamo del "doping amministrativo"? Potremmo, ma sarebbe inutile. Una cosa però, da studente di economia, mi ha infastidito. Se una qualsiasi azienda non è in grado di pagare i suoi debitori viene dichiarata insolvente e fallisce. Se un'azienda non paga le imposte per anni prima o poi viene sequestrata dalla magistrtatura e possibilmente i suoi amministratori vengono arrestati. Di solito non succede che tale azienda scenda a patti con l'Ufficio delle Entrate per rateizzare il debito fiscale Per le squadre di calcio (che sono delle aziende) questo non succede. L'impunità di certi ambienti, di certe organizzazioni, è la peggior immagine che le istituzioni di uno Stato possono dare ai propri cittadini.
Dopo l'aura di impunità che il calcio ha avuto in questi anni, ora la giostra ha smesso di girare. Forse la misura era colma. Comunque sia tutti ora si affrettano a prendere le distanze, a dire che bisogna fare pulizia, a dire che è finita un'epoca, mezzi d'informazione in testa. Va detto però, che se il calcio era un regime, come ogni regime, per mantenersi integro, aveva bisogno di controllare i mass media. E dalle indagini pare che il calcio non smentisse questa regola. Non è che forse i mass media e i loro editori traggono dal calcio la maggior parte dei loro profitti grazie anche alle polemiche che riescono a creare e a far girare attorno ad esso?
Volendo trovare una chiave di lettura, il momento in cui il calcio ha perso la sua innocenza è proprio questo: il momento in cui una società si proccupa più di spuntare contratti televisivi milionari che di riempire uno stadio di tifosi. I termini sono stati invertiti: da più tifosi = più soldi = più risultati, a più risultati = più soldi. Ovviamente nella seconda equazione i tifosi non entrano neanche di striscio. Sono ininfluenti perchè oramai asuefatti al regime. E di fronte al crollo di certezze granitiche tutti noi tifosi ci ritroviamo, come i tedeschi dell'est di fronte al Muro di Berlino che viene abbattuto, inevitabilmente smarriti.
Se magari la tv, per quanto concerne lo sport, mostrasse anche qualcosa d'altro, le cosidette discipline minori (minori nel senso che in quegli sport girano meno denari) avrebbero più dignità, mentre qualche paperone del calcio (calciatore, procuratore, dirigente o...arbitro che sia) si ritroverebbe qualche miliardo di meno in tasca. Ma di sicuro non morirebbe di fame.

Thursday, May 11, 2006

Incipit

Takabanda! Inizia l'avventura di questo blog. Sono emozionato come poche altre volte prima d'ora. Sto per scrivere qualcosa che chiunque potrà leggere, valutare, commentare. Essere letti da altri, oltre ad essere un privilegio, è anche una grande responsabilità per chi scrive.
Chi non mi conosce troverà strano il titolo di questo blog. Cerco di spiegarvelo.
Ciopa è il mio soprannome, quello con cui ormai sono noto ai più nel mio paese. Il soprannome nasce dal lavoro dei miei genitori, che da trent'anni gestiscono un panificio. Come potete immagginare la vita lavorativa del panificio e quella familiare sono per me sostanzialmente la stessa cosa. Per questo il pane è diventato un pò il simbolo di quello che sono. Bel simbolo il pane...alimento di vita. (Buono come il pane non c'entra niente perchè buono di carattere non sono mai stato, a detta di chi mi conosce).
Il titolo Ciopa is blog nasce per imitazione di un blog che avrà certamente più lettori del mio, e cioè quello di Mick Foley, wrestler noto come "The Hardcore Legend", la leggenda del wrestling estremo, violento. Inutile dire che seguo il wrestling e che Mick Foley è il mio idolo. Ma di lui e del wrestling parleremo in futuro... Come Mick più volte ho ritenuto ridicola questa fioritura di blog nella rete. E alla fine, come lui (Foley is blog), ne ho aperto uno anch'io. Mi sono sempre chiesto perchè tutta questa gente sentisse il bisogno di scrivere quello che le passa per la testa. Ora lo sto capendo, iniziando questa avventura.
A tutti coloro vorranno apportare un contributo ad essa, grazie fin d'ora.